La normativa cinese sui bitcoin

Il recente drastico calo nel prezzo dei bitcoin, a seguito della decisione della Banca Popolare Cinese di intensificare i controlli su questa criptovaluta, ha dato agli investitori una nuova prova dell’importanza di questo paese in questo settore.

A partire dal 2013 è infatti esploso anche in Cina in fenomeno bitcoin, sia dal punto di vista delle transazioni che, soprattutto, dal punto di vista del mining, con il consolidamento di una rete di miner strutturati imprenditorialmente e con la creazione di vere e proprie “fabbriche” di bitcoin, il cui sorgere è stato favorito da fattori ambientali (bassi costi dell’energia e delle strutture) e dall’iniziale disinteresse del legislatore cinese in materia.

La Cina è rapidamente diventata la nazione di riferimento per il mining ed è altamente probabile che le nostre operazioni in bitcoin siano inserite in un blocco chiuso da un operatore cinese.

Il boom del 2013 ha portato all’attenzione dei vertici amministrativi e politici della Repubblica Popolare il fenomeno delle monete digitali e delle criptovalute, così non ha tardato ad arrivare la prima presa di posizione ufficiale sul tema.

Sebbene ad oggi la Cina rientri ancora nella lista delle nazioni che non hanno una normativa in materia di valute digitali e che quindi né vietano né legittimano expressis verbis l’utilizzo di questi strumenti, è importante segnalare quali sono le iniziative prese dalle autorità cinesi, vista l’ampia eco che hanno ricevuto e vista la particolare configurazione dei formanti giuridici nella Cina popolare.

Il primo intervento di un’autorità cinese in materia è del 5 dicembre 2013, quando la Bank of China ha emesso un documento dal titolo, significativo, di: “Guarding Against the Risks of Bitcoin”.

Anche se la People’s Bank of China non considera un rischio la presenza di questa criptovaluta per il sistema economico nazionale, il comunicato mette in guardia i cittadini e le imprese sulla volatilità dei bitcoin e sul fatto che questi devono essere considerati solamente un prodotto digitale e non una valuta.

Se in un paese occidentale un simile documento (nemmeno formalmente coercibile) avrebbe difficilmente portato a conseguenze significative, in Cina la situazione è ben diversa ed infatti, poco dopo l’emanazione di questo comunicato, il prezzo dei bitcoin è crollato nel paese in maniera così incisiva che nel mondo si è registrata una diminuzione del 20% del loro valore.

Un comunicato della Bank of China, espressione diretta del partito e del suo pensiero, non ha infatti bisogno del passaggio normativo per essere coercibile.

Se la Bank of China esprime con un comunicato dei dubbi sulla valuta bitcoin, è verosimile pensare che verranno tagliati fuori dal mondo del credito bancario tutti i soggetti che trattano in bitcoin, rendendo molto difficile per l’utente cinese far circolare questa valuta digitale.

Sebbene quindi la Cina all’apparenza, come molte altre nazioni, non possieda una normativa in tema di bitcoin e quindi non li vieti né li legittimi apertamente, nella realtà dei fatti l’autorità limita molto la circolazione di questa moneta digitale con strumenti para-normativi del tutto originali per l’operatore occidentale.

Ad oggi i bitcoin sono accessibili all’utente cinese, che però si trova in difficoltà nel momento di far circolare la moneta visti i vari limiti imposti dalla People’s Bank of China e che coinvolgono direttamente banche, istituti finanziari e sistemi di pagamento.

Questi enti non possono offrire servizi in bitcoin, né commerciarli, né ancora fornire coperture assicurative per operazioni negoziate in bitcoin, né infine, e soprattutto, trattare con imprese che commerciano o offrono servizi in bitcoin.

Se da un lato la Cina vede quindi i bitcoin come un’opportunità da sfruttare e incoraggia il mining intensivo, dall’altro l’autorità guarda con sospetto a questa nuova moneta non controllabile, e cerca di arginarne l’utilizzo e di regolamentarla.

È interessante notare la tempestività della reazione del potere cinese al fenomeno bitcoin: la crescita esponenziale della valuta nel paese è iniziata nel 2013 ed entro la fine dell’anno la Bank of China ha emesso un comunicato andando a prendere posizione sui punti principali in relazione al rapporto di questa valuta con le istituzioni.

Già prima del comunicato del 5 dicembre 2013, nel novembre 2013, un dirigente della Bank of China aveva dichiarato che non è verosimile pensare che in un prossimo futuro in Cina si possa parlare di bitcoin come di una moneta, raffreddando gli animi degli operatori.

Per comprendere la presa di posizione del legislatore cinese bisogna anche pensare che stiamo parlando di un sistema monetario che ha avuto uno sviluppo internazionale solo di recente, a seguito di molte resistenze interne.

Fino al 1994 infatti la moneta cinese non aveva un tasso di cambio ufficiale, ma faceva coesistere, per garantire un maggiore controllo sulla valuta, un tasso di cambio indicizzato al mercato ed uno fisso, che convivevano con notevoli complicazioni rendendo difficile immaginare transazioni internazionali in yuan.

L’approccio dell’Amministrazione cinese nei confronti dei bitcoin è quindi di prudenza e sospetto e, sebbene ad oggi non si sia arrivati a bandire questa moneta elettronica, le autorità hanno in più occasioni posto un freno agli entusiasmi degli utenti cinesi.

Ancora la Bank of China considera i bitcoin non come una moneta, ma come un semplice prodotto digitale.

Ulteriore problema, che assume rilievo anche oltre i confini cinesi, è l’ingerenza delle autorità cinesi sulle attività di mining, che a detta di alcuni potrebbero compromettere la sicurezza delle operazioni una volta che la Repubblica Popolare avrà ottenuto un monopolio sostanziale di queste operazioni.

Il rischio di simili ingerenze sembra però remoto, stante l’anti-fragilità strutturale del sistema Bitcoin e il fatto che difficilmente la Cina potrà ottenere un dominio assoluto sulle alle operazioni di mining, visto anche il progressivo aumento del costo delle risorse nel paese che rende via via meno appetibile una simile attività.

In questo contesto, dopo il comunicato del 2013, si è assistito ad un progressivo rilassamento delle autorità nei confronti del fenomeno Bitcoin, ed anzi nei mesi precedenti a questo comunicato molti consulenti proponevano alle aziende europee con un’affiliata in Cina di far uscire soldi dal paese proprio attraverso transazioni in bitcoin, per aggirare gli angusti limiti della normativa cinese che impediscono di portare al di fuori del paese somme superiori ai 50.000 $ ogni anno.

Questo fenomeno però, come anticipato, ha visto una brusca battuta d’arresto nel gennaio 2017, quando con un nuovo comunicato la Banca Popolare Cinese ha diffuso un ulteriore comunicato con il quale ha anticipato un irrigidimento dell’attività ispettiva nei confronti di tutte le aziende che trattano bitcoin.

Conseguenza pressoché immediata è stata una perdita di valore della criptovaluta di circa il 20% nel giro di poche ore. 

L’attenzione verso la Cina popolare e le sue posizioni resta quindi altissima, vista la dimostrata portata mondiale delle decisioni delle autorità cinesi e visto che questa nazione è recentemente diventata il luogo fisico dove vengono effettuate molte delle operazioni in valuta bitcoin nel mondo.

Avv. Riccardo Berti

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