I bitcoin in Giappone, per il Tribunale di Tokyo non si possono possedere

Nel febbraio 2016 alcuni esponenti del governo giapponese hanno proposto una riforma che allargasse le maglie della definizione di moneta nel paese, includendovi anche tutte le valute digitali.

Nell’ottobre dello stesso anno la FSA (Financial Services Agency) giapponese, ha annunciato una serie di misure che, se approvate, porterebbero a disciplinare in maniera simile a valute le monete digitali.

La definizione proposta è molto ampia e vorrebbe includere e considerare quali valute tutti i mezzi di scambio fungibili che possono “comprare” moneta corrente, servizi e beni.

Se il Giappone procedesse in questa direzione sarebbe il primo paese al mondo a normare come valuta bitcoin e le altre criptocurrency.

Dietro queste proposte non si nasconde solo l’interesse del legislatore giapponese per una normativa chiara in materia, ma anche l’interesse per il paese del sol levante di attrarre investimenti e infrastrutture nel settore delle criptovalute, che in Giappone risente ancora dello scandalo Mt.Gox del 2014, e fatica a riprendersi.

Mt. Gox era un exchange blockchain fondato a Tokyo nel 2010, che proponeva wallet accessibili online le cui credenziali erano, quindi, gestite dall’utente ma conosciute o conoscibili anche dall’exchange (che forniva, in caso di smarrimento delle credenziali, un servizio di recupero password).

Nel 2013 Mt. Gox era arrivato a gestire oltre il 70% delle transazioni in bitcoin in Giappone, nel febbraio 2014 però il servizio ha cessato le attività dopo aver scoperto un ammanco di ben 850.000 bitcoin appartenenti ai clienti.

Mt. Gox ha quindi dichiarato bancarotta pochi mesi dopo ed ha affrontato un complesso contenzioso non solo con i clienti i cui bitcoin erano stati sottratti, ma anche, e soprattutto, con i clienti i cui bitcoin erano ancora presenti sui propri portafogli.

Se da un lato i clienti che avevano visto azzerati i propri wallet premevano perchè nel patrimonio di Mt. Gox venissero ricompresi i beni degli ulteriori utenti, di modo che l’ammanco venisse ripartito fra tutti gli utenti Mt. Gox, gli utenti proprietari dei wallet non interessati dalla illecita sottrazione volevano invece semplicemente rientrare in possesso dei propri investimenti, considerando Mt. Gox come un semplice depositario di beni di loro proprietà, che andavano restituiti.

La Corte Distrettuale di Tokyo, interessata della questione in un giudizio che vedeva confrontarsi il curatore fallimentare di Mt. Gox ed alcuni titolari di wallet Mt. Gox che chiedevano la restituzione dei loro bitcoin, ha reso una importante sentenza nella quale ha osservato che:

  • i bitcoin non possono essere definiti beni (“butsu” ブツ) a mente del codice civile giapponese, che all’art. 85 dispone che per bene si deve intendere un oggetto corporeo, in contrapposizione con i diritti e le forze naturali.
  • il diritto di proprietà (“shoyûken” 所有権) sui beni deve consentire al proprietario, a mente dell’art. 206 del codice civile giapponese, il controllo esclusivo e libero sul bene.
Facendo quindi leva sul fatto che da un lato i bitcoin non sono beni che occupano uno spazio fisico e dall’altro lato che la condivisione delle credenziali con Mt. Gox impediva comunque di riconoscere in capo ai clienti la qualità di effettivi proprietari del contenuto dei loro wallet, il Tribunale di Tokyo, con sentenza del 5 agosto 2015, ha statuito che i bitcoin, nel caso in esame, non erano di proprietà dei clienti ma che questi avevano un semplice diritto di credito nei confronti di Mt. Gox, e dovevano quindi insinuarsi come gli altri creditori e partecipare alla distribuzione in sede di riparto.

Nell’esaminare la sentenza occorre comunque tener presente, oltre al fatto che siamo di fronte ad una sentenza di primo grado e non ancora definitiva, anche la particolare situazione che ha generato la pronuncia, dove un evento imprevedibile ha sottratto solo ad alcuni dei soggetti clienti di Mt. Gox il loro intero patrimonio, risparmiando invece integralmente altri risparmiatori; non è da escludere quindi un fine perequativo più che giuridico nella pronuncia della Corte di Tokyo, che forse in un diverso caso avrebbe interpretato in modo più conforme allo spirito dei tempi la legge giapponese.

In ogni caso la sentenza non lascia i titolari di bitcoin senza diritti, essendo che chi li ha acquistati può comunque vantare un diritto di credito tutelato nei confronti di chi trattenga illecitamente le sue monete digitali.

L’esame di questa pronuncia permette comunque di comprendere come la qualificazione giuridica dei bitcoin in Giappone oggi sia tutto nebulosa.

Da un lato abbiamo una inedita ma recente pronuncia che non riconosce (almeno nel particolare caso dei wallet Mt. Gox) i bitcoin quali beni suscettibili di proprietà.

Dall’altro lato emergono delle spinte politiche verso delle altrettanto inedite normative che disciplinino le valute digitali come le valute tradizionali.

Infine i commentatori continuano a sostenere, pur in questa fase di incertezza, come la qualificazione più solida e prudente per i bitcoin in Giappone sia quella di beni suscettibili di possesso.

Non rimane che aspettare sviluppi, che provengano dal legislatore, dalla giurisprudenza, o dalla tecnologia, che spesso supera i problemi in tempi molto più rapidi di quelli del diritto.

Avv. Riccardo Berti

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