Notarizzazione, abbiamo davvero bisogno della blockchain?

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Si parla spesso delle possibilità di utilizzare le transazioni su blockchain come proof of existence di un dato file ad una data ora, inserendo quale “causale” della transazione il codice hash (una funzione di pochi byte che riconduce con sicurezza ad un file) del file di cui si intende provare l’esistenza, o più semplicemente inserendo su Eternity Wall o su ProofofExistence lo stesso hash (che i siti stessi provvedono, con una comoda funzione, a generare dal file).
Questo sistema garantisce che sulla blockchain sia inserito un riferimento univoco al nostro file.

Conservando il file, potremmo dimostrare che questo esisteva ad una certa data (consentendoci così di dimostrare che possedevamo prima di altri un dato contenuto autoriale, o che abbiamo realizzato una fotografia rilevante prima di una certa data, o che abbiamo firmato digitalmente un file informatico prima della scadenza del nostro certificato di firma, o ancora che abbiamo concluso un contratto prima di un dato giorno, etc.).

L’Eternity Wall è, però, “eterno finché dura” o, meglio, finché ci sono sufficienti utenti della valuta bitcoin che utilizzino, conseguentemente validino e infine rendano disponibile con sicurezza la catena.

Fortunatamente, il fatto che la funzione di notarizzazione su blockchain è solamente un riflesso dell’utilizzo principale di questo libro mastro digitale (che deve la sua importanza soprattutto alle transazioni della criptovaluta bitcoin -la principale criptovaluta al mondo) ci consente di guardare al futuro con relativa serenità: finché esisteranno i bitcoin, le nostre prove di esistenza rimarranno al sicuro.

Il problema però è un altro, ovvero: davvero ci serve la blockchain per provare l’esistenza e dare data certa ad un documento informatico?

Abbiamo assistito spesso, in passato, a sfide tecnologiche dove un concorrente tecnologicamente avanzato e sicuro, veniva scavalcato da un competitor meno tecnologicamente avanzato, meno sicuro, ma più user friendly o semplicemente meglio sponsorizzato.

Nel caso la blockchain è estremamente sicura, affidabile e soprattutto ci consente di eliminare errori o frodi da parte del gestore del servizio, che nel caso è completamente automatizzato. Non esiste un “padrone” della blockchain, sono i suoi utenti che, semplicemente utilizzandola, la fanno progredire.

Il problema è che si tratta di una tecnologia estremamente complessa e ancora difficile da comprendere per i non addetti ai lavori.

I competitor di blockchain, nel settore della notarizzazione, già esistono e hanno il vantaggio di presentare in maniera lineare e intuitiva come intendono validare il loro libro mastro non crittografico.

Ad esempio citiamo questa soluzione italiana, presente su dirittopratico.it che si propone come un registro completo e pubblico degli hash di file di cui si voglia provare l’esistenza ad una certa data.

Il registro di Diritto Pratico, ad esempio, fonda la sua validazione sul fatto che la pagina web dove è ospitato viene regolarmente “fotografata” su servizi di “Internet Preservation” quali “Waybak Machine” e “Archive.is“.

Tra questi servizi, la Wayback Machine, peraltro, ha già ottenuto riconoscimento giurisprudenziale, anche nel nostro paese.
Il sito si fonda su un sistema di crawler che sulla base di un algoritmo acquisiscono periodicamente i siti web (l’algoritmo di Wayback Machine – Internet Archive si chiama Heritrix).

Ad oggi il sito contiene più di 500 miliardi di pagine web.

Il valore legale di queste pagine è stato certificato da numerose sentenze statunitensi, tra cui:

  • Caso Marten Transport v. PlatForm Advertising (Kansas District Court) Case no. 14-2464-JWL – Decided 29.04.2016
  • Caso Telewizja Polska USA Inc. v. Echostar Satellite Corp. (Illinois Northern District Court) 2004

Ma se guardiamo anche i giudici italiani hanno ammesso come prova la Wayback Machine in più occasioni.

Ancora nel 2008 il Tribunale di Modica ha fondato una condanna per il reato di stampa clandestina (con sentenza 08.05.08) ricavando la periodicità dell’attività di stampa dall’aggiornamento tempo per tempo del sito web relativo al “giornale”, aggiornamento provato proprio dalle risultanze presenti su Wayback Machine.

Come si legge nell’informativa su cui si è basata la sentenza:

Tuttavia, al momento dell’accertamento, attraverso il sito internet www.archive.org (una sorta di libreria digitale che conserva una grande quantità di pagine internet, garantendone la visione anche dopo la loro eventuale rimozione o modifica), sono state rinvenute diverse pagine internet di diversi periodi, ivi compreso quello indicato in delega, relative a quanto visualizzato nella home page del sito web www.xxxxxxxx.xxx, che si è provveduto a memorizzarle nel supporto ottico allegato alla presente informativa.

Anche la nostra Corte di Cassazione, in una sentenza relativa al diritto all’oblio, ha direttamente preso in esame la Wayback Machine affermando:

non può invero nemmeno prescindersi dalla considerazione della circostanza della sussistenza di siti che memorizzano i dati scomparsi da altri siti (come, ad es., (OMISSIS), il quale presta un servizio denominato Way back machine)

Cass. 5525/2012
Infine, non bisogna dimenticare l’Ufficio Europeo Brevetti (Guidelines For Examination – Part. G – Chapter IV – Art. 7.5.4), che considera affidabile il servizio Wayback Machine per acquisire prova della data di un evento rilevante ai fini della registrazione di un brevetto.

Il ragionamento è semplice: se questi “trusted snapshot” hanno fotografato l’esistenza di un file ad un dato momento, sarà ben difficile per chiunque contestare la validità del registro.

Passiamo, come si può notare, da “impossibile” contestare (nel caso della blockchain) a “ben difficile” contestare (nel caso di Diritto Pratico e servizi similari), non è detto però che il “mercato” della notarizzazione digitale necessiti di questa sicurezza, se la mera “difficoltà” è sufficiente a scoraggiare eventuali contestatori.

Avv. Riccardo Berti

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