I bitcoin alla prova dell’ideologia marxista: una sentenza della Corte Distrettuale di Pechino giudica in favore degli exchange cinesi

Schermata 2018-01-11 alle 10.12.48La Corte Distrettuale di Haidan (uno dei distretti di Pechino)(1) ha recentemente respinto l’azione di un cittadino cinese che aveva investito in criptovalute e chiedeva agli exchange che ne avevano curato la compravendita la restituzione del capitale versato.
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La sentenza è particolarmente interessante per la (riportata) natura ideologica dell’azione, con il ricorrente che affermava l’illegittimità delle criptovalute e conseguentemente delle attività che ne curano la compravendita per la loro non conformità con la teoria marxiana del valore.
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Secondo Marx infatti la merce può avere due “valori”: da un lato il valore d’uso della merce, che consiste nella sua utilità, nell’attitudine a soddisfare bisogni umani, dall’altro il valore di scambio della merce, che consiste nella sua attitudine ad essere scambiata.
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Ebbene, a detta del ricorrente, bitcoin non esprime alcuno dei valori della teoria appena accennata e ne conseguirebbe che bitcoin non è né un bene/merce, né una moneta, e come tale non può essere oggetto di compravendita in Cina, dove la Costituzione fa ancora chiaro riferimento all’ideologia socialista quale guida del paese.
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La giurisprudenza cinese non è però nuova a giudizi sulla “compravendita” di beni virtuali che difficilmente potrebbero essere valorizzati sulla base delle teorie marxiste (ad esempio ha ricevuto ampia eco il caso del videogiocatore che, ancora nel 2003, ha vinto una causa contro i creatori di un videogioco in quanto alcuni degli oggetti che aveva acquistato all’interno della piattaforma erano stati sottratti da un hacker, link qui) ed anche in questo caso ha riconosciuto la legittimità delle transazioni, evidenziando come nessuna legge impedisca, in Cina, la compravendita di bitcoin e come il ricorrente avrebbe dovuto provare le affermate illiceità nella conduzione delle operazioni di compravendita per vedere accolta la propria domanda.
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La sentenza ci ricorda come alcuni importanti principi giuridici, di stampo occidentale, siano ormai componente acquisita della cultura giuridica cinese.
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Nel caso l’ideologia marxista si scontra, soccombendo, con i principi del giusto processo e l’attore vede le proprie pretese respinte in forza del principio dell’onus probandi (cristallizzato fin dal 1997 nell’art. 64 della Legge sulla Procedura Civile Cinese) e della riserva di legge, con la Corte che ricerca appunto nel diritto (e non nel dato politico, che invece si è sinora espresso avverso gli investimenti in criptovalute) la liceità o illiceità del contratto sottoposto al suo giudizio.(2)
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Quest’ultimo tassello si inserisce all’interno di un quadro che vede la Cina sempre più attiva a livello di criptovalute, tra sentenze, come quella in esame, che sembrano legittimare la negoziazione di queste monete virtuali nel paese, e iniziative politiche che ne contrastano l’utilizzo.
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Un approccio fatto di luci ed ombre, da ultimo caratterizzato dalla stretta governativa alle attività di mining, tesa in particolare alla progressiva riduzione delle corsie preferenziali energetiche in favore dei miners (anche in un’ottica di attenzione all’ambiente, fil rouge dell’ultimo Congresso del Partito Comunista Cinese).
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Allegata la fonte della notizia (Beijing Morning Post -lingua cinese)
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Avv. Riccardo Berti
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(1) Corte già distintasi per aver recentemente ammesso le parti a pagare le imposte di giudizio, dimettere documenti e ricevere informazioni sullo stato del giudizio tramite Wechat – link qui
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(2) Se la c.d. rule of law trova conforto in questa pronuncia, in altri settori di maggior momento “politico” ancora oggi non è raro che, in Cina, la legge venga accantonata in favore di petizioni di principio ideologiche dalle corti.
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